Nella macchina di Neal tanto fumo dentro tanta nebbia fuori di Maurizio Leo

“Dei versi di Maurizio Leo che si succedono come in una narrazione dialogante col mondo (a volte monologante, ma sempre) in un incedere in controtempo, dove mancanza, assenza, delusione, speranza sono concettualmente ripresi e evidenziati nel contrasto sintagmatico che diventa cifra personale oltre la radice letteraria di quel modello beat cui sopra ho (volutamente) cennato appena, quasi (sempre volutamente) tacendone; dei versi, dicevo, di questi versi (vecchi e nuovi) di Maurizio Leo dico quel che sento. Non dirò, invece, della visione del Nostro mentre a Tangeri metabolizza la sua presenza (con Burroughs e gli altri) durante quel narcogioco (infantilmente tragicomico…) in cui fu uccisa Joan Vollmer… Né dirò dei fiori negati in quel cimitero sulla West Coast… E non so se siamo grandi bambini / con colpe dimenticate, ma anch’io non mi fido di quei luoghi dove i gatti non miagolano. So, invece, per certo, che (come nel viaggio di Maurizio Leo) adesso mi spoglierò, stanco – in mutande – mi lascerò cadere sulla mia vecchia poltrona di bambù a dondolo, accenderò l’ennesima sigaretta (nel mentre vanno note jazz) e seguirò l’azzurrognolo fumo ben oltre dove si possa credere…”  (dalla prefazione di Vito Antonio Conte)

“Parole definitive. Scene di un finale. Interni in abbandono. Esterni desolati. Destini inchiodati. Esistenze consumate. Tutto è già accaduto. Non c’è nulla che possa più accadere. Chi e cosa doveva venire, avvenire, è venuto, avvenuto. Chi e cosa doveva andare è andato. Non c’è da aspettare: niente, nessuno. Non c’è orizzonte. Non c’è memoria. Tutto quello che si vede è solo una figura. Sono figure superstiti quelle che guardano se stesse in questa poesia di Maurizio Leo che sfilaccia il Novecento e s’insinua nei sotterranei di questo secolo nuovo, di questo nuovo millennio. I paesaggi sono pozzanghere. Le creature immobili. Le storie contratte. Il lessico essenziale, strizzato come straccio, sorvegliato come se volesse, potesse sottrarsi, sfuggire alla trama, addirittura al pensiero. Ogni poesia può essere l’ultima, diceva Bodini. Le parole s’ammutinano. Maurizio va oltre. Molto oltre. Non pensa, non dice che ogni poesia può essere l’ultima. Pensa e dice che è l’ultima, inesorabilmente. Allora fa i conti con questa condizione conclusiva, con questa inesorabilità, con questa irreparabilità. “ (dalla seconda prefazione di Antonio Errico)

“Maurizio Leo è un inadatto alla vita, un piccolo poeta maledetto tirato malamente fuori dalla sua storia infinita, un eterno Peter Pan scagliato nella realtà della crescita.” (dalla post fazione di Anastasia Leo)

Maurizio Leo è nato a Lecce, il 25 luglio del 1959; vive a Copertino coltivando le sue grandi passioni: la scrittura, la poesia e la cultura locale, con una preferenza non latente per la Beat Generation, l’America e luoghi del Nord come Irlanda, Scozia e Germania.

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Al di qua delle Palpebre di Roberto Shambhu cronache e prassi di un onironauta

Intervento di Stefano Delacroix (scrittore) – Pubblicata per i Quaderni del Bardo, quest’opera prima di Roberto Shambhu – che bardo lo è sino in fondo – ammicca al futuro ormai prossimo dell’onironautica, rispondendo all’ineludibile seduzione della cinematografia avanguardista di Cristopher Nolan (Inception, 2010).

 “Al di qua delle Palpebre”, uscito in questi giorni, spinge convintamente lo sguardo oltre le nebule superstiziali di un “blasfemo” e tardivo Occidente, ancor memore, forse, dell’opposizione anatemica di Isidoro, che nel de tentamentis somniorum bollava l’Arte del sognatore col contrassegno infamante di “demonibus”. Mistero mai compiutamente affrontato dalla Scienza che, ben lungi da ogni azzardo speculativo, riduce la sua indagine alle sole funzionalità psicofisiologiche. Che il mondo onirico rappresenti un autentico tabù per i misuratori della materia, credo sia oramai evidente. La ragione è che sogniamo tutti, perciò l’ampollosità perlocutoria di certe argomentazioni, fa arricciare il muso come il limone la bocca di un bambino. L’esperienza del sogno lucido, mai dismessa in Oriente, tornata alle nostre latitudini grazie agli interventi di Frederik van Eeden, poi di Stephen LaBerge, necessitava tuttavia di ulteriori apporti, di nuove connotazioni modali. Credo che l’opera di Shambhu colmi, in tal senso, il vuoto teoretico creatosi tra divieti e imbarazzi e, soprattutto, si costituisca come una prassi vera e propria, una modalità di azione consapevole nella dimensione disincarnata del sogno. Roberto Shambhu è uno che va dritto alla meta, operando una mirabile sintesi tra segno ed immagine. Sono sue anche le pregevoli illustrazioni contenute nel volume, utili ad una ulteriore estensione – laddove le parole hanno esaurito il senso – e l’archetipo, gerarchicamente più potente, alimenta le escursioni ultratemporali e sovraspaziali nei circuiti labirintici del sogno. Il gioco è chiarito sin dalle premesse (cronaca e prassi di un onironauta) e rivela l’intenzione di instaurare un patto di tirocinium, un accordo tacito ma pragmatico che lo rende, legittimamente, un test eccellente anche per “sognatori lucidi” di provata esperienza. Nel mio pristino intervento prefativo, la definivo già un’opera di riferimento, oggi non posso che confermare il presentimento e ribadirne l’audacia, oltre che la valenza. Al di qua delle Palpebre è un libro per autentici “cercatori”.

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Magia e mito. Le origini a cura di Mauro Camassa, Paride Pino, Francesco Conte

La storia del pensiero filosofico presenta una serie di tematiche e problemi  che ancora oggi debbono essere risolti e spesso nelle nostre più immediate vicinanze spazio/temporali, chi intraprende un percorso di tal genere viene invitato a leggere in modo acuto la realtà contemporanea, per formare e informare menti aperte e critiche.  In sé la filosofia,  é razionale come la scienza, e onnicomprensiva come la religione, cerca di fornire una spiegazione a tutto, ma procedendo sempre con il supporto e l’apporto analitico della mente e della ragione. E allora cosa è la filosofia? Se è vero che Essa si nutre di idee  e il suo metodo investigativo appartiene alla sfera del razionale, vuol dire che essa indaga il Tutto secondo un metodo rigoroso e geometrico per dirla con il grande filosofo della ragione Renato Cartesio …. e non potrebbe essere diversamente. Ma esistono delle zone d’ombra del pensiero filosofico dalle origini sino al ‘900 che difficilmente vengono approfondite nei manuali di Storia della Filosofia, sia nelle scuole che nelle università, vuoi perché talvolta considerate eccessivamente “liberali” vuoi perché nella peggiore delle ipotesi ritenute non scientificamente analizzabili le rispettive ipotesi ed ermeneusi.  La Storia della Filosofia Esoterica che spazia dalla magia, alla necromanzia per giungere a conoscenze ai limiti delle possibilità e delle comprensioni umane ora è finalmente realtà!  Il progetto della collana Filosofia Esoterica, edita dai Quaderni del Bardo Edizioni di Stefano Donno, si propone nei suoi cinque volumi un’esamina (si parte da questo primo volumetto) , storicamente e scientificamente appurata, delle influenze e ideologie che hanno definito i confini e la percezione di quello che noi oggi chiamiamo Esoterismo. I volumi, partendo dalle “origini”, si dipanano sino al 900’, raccogliendo all’interno pensieri, filosofia e autori dei più rilevanti e incisivi, che hanno influito sul pensiero e sul metodo magico-esoterico. Il progetto ideato dagli autori Paride Pino, Francesco Conte, Mauro Camassa, si propone di essere una guida accessibile a chiunque per poter arrivare ad una conoscenza esaustiva del pensiero magico-esoterico antico moderno e contemporaneo.  Una pubblicazione periodica per chi vuole conoscere a fondo mondi e dimensioni nuove e altre!

https://www.ibs.it/magia-mito-origini-libro-vari/e/9788899763305?inventoryId=93933073

Lampi di Verità – di Donato Di Poce

*“…Con l’immagine dei lampi il poeta esprime una misura e delinea una via di accesso. Nella notte sempre buia del nostro vivere politico e civile, le folgori squarciano il tessuto omogeneo del reale e sfaldano la trama compatta delle banalità e dei pregiudizi, aprendo per pochi attimi, nel battito di ciglia di un’epifania, fenditure e crepe, oltre le quali intravedere sentieri di sopravvivenza. Lampi di verità è una raccolta articolata in due parti; la prima consegna il titolo a tutta l’opera, la seconda è declinata su un versante di “bellezza”. Una biforcazione? No, piuttosto, due attributi della stessa sostanza. Già il pensiero greco ci richiama alla sintonia di “bellezza e verità” (…) .Il poeta ha in tasca una fragile matita da cui sgorga la lacrima dell’oppresso. Il poeta spezza la matita come spezza il pane, offre al prossimo un’intuizione, una scheggia di vita estratta dalla carne, e, se riceve in cambio sputi anziché sorrisi, sa che questo è l’inconveniente di ogni dono. La poesia soffierà, comunque, sulle braci del sacrificio.” *Dalla prefazione di Alessandro Vergari

Donato Di Poce, (Nato a Sora – FR – nel 1958 ma residente dal 1982 a Milano ). Poeta, Critico d’Arte, Scrittore di Aforismi, Fotografo.  Artista poliedrico ed ironico ma dotato di grande umanità, si è imposto all’attenzione del pubblico e della critica con la pubblicazione di una collana di 5 portfolio dal titolo: TACCUINO BERLINESE -East Side Gallery , Félix Fénéon Edizioni, Ruvo di Puglia (BA), 2009 dedicata al muro di Berlino. In un suo celebre aforisma ha scritto: “Il Poeta vede l’invisibile/Il Fotografo fornisce le prove”.

Nicola Vacca – è nato a Gioia del Colle, nel 1963, laureato in giurisprudenza. È scrittore, opinionista, critico letterario, collabora alle pagine culturali di quotidiani e riviste. È redattore della rivista «Satisfiction». Ha pubblicato: Nel bene e nel male (1994), Frutto della passione (2000), La grazia di un pensiero (2002), Serena musica segreta (2003), Civiltà delle anime (2004), Incursioni nell’apparenza (2006), Ti ho dato tutte le stagioni (2007), Frecce e pugnali (2008), Esperienza degli affanni (2009), con Carlo Gambescia il pamphlet A destra per caso (2010), Serena felicità nell’istante (2010), Almeno un grammo di salvezza (2011), Mattanza dell’incanto (2013), Sguardi dal Novecento (2014), Luce nera (2015), Vite colme di versi. Ventidue poeti dal Novecento (2016), Commedia ubriaca (2017).

Mail del curatore Nicola Vacca

 

 

Lettere da una taranta – I Ragni e la Politica

Lettere da una taranta – I Ragni e la Politica è l’ultima fatica letteraria di Raffaele Gorgoni. Originalissimo il testo in cui dopo tante pizziche e notti melpignanesi è proprio la tanto ” bistrattata, odiata e amata, adulata e disprezzata, incensata e criticata, vezzeggiata e maltrattata” Taranta ad esserne la protagonista. È proprio lei la Lycosa Tarantola ad infrangere il velo di omertà e dire tutto quello che pensa del Salento, dei politici, della notte della Taranta e delle tarantate. E lo fa scrivendo delle lettere ad un essere umano di cui probabilmente non conosce neanche il nome, ma che è l’interlocutore più adatto ad accogliere le sue opinioni e i suoi sfoghi confidenziali, finalmente libera dalle catene di tradizioni e grottesche maldicenze.Le lettere sono precedute da uno sfogo vocale che l’autore traspone in dialetto e poi parte il racconto storico che non lascia spazio alla noia. Tutto è condotto con accuratezza di dettagli e con grande semplicità, catturando il lettore ansioso di scoprire aneddoti ed episodi storici, e quasi “mitologici” un po’ forse dimenticati che si sono succeduti negli stessi vent’anni della notte melpignanese e che riaffiorano nella memoria con grande godimento. Il contenuto all’interno delle lettere è quasi sfacciato, perché la Taranta si toglie finalmente tanti” sassolini nelle scarpe” (proprio come il titolo della collana editoriale diretta dallo stesso Gorgoni) rivelando cose viste entrando in quei luoghi dove gli umani non avevano accesso. Lo sfogo di una taranta non può certo incorrere in accuse partitiche e per questa sua immunità è libera di raccontarci fatti ai più sconosciuti. Dalle prime forme di tarantismo alla sua quasi sparizione con le prime emigrazioni verso il nord anche da parte delle donne, con le assunzioni nelle fabbriche quando il morso che provocava convulsioni sincopate viene sostituito dal valium o da una seduta dal parrucchiere. La scrittura ha il ritmo sincopato del tamburello ancestrale, e chi legge è preso nel vortice delle notizie e degli episodi raccontati. Parallelamente ai vent’anni della notte della Taranta nulla viene dimenticato. La politica con eventi non sempre edificabili, gli antropologi, gli scienziati, gli anni cinquanta, la televisione, il muro di Berlino, l’Ilva, la democrazia, la prima Repubblica, i vari politici che nel Salento hanno fatto il buono e il cattivo tempo, i flussi migratori e l ‘incapacità di trarne beneficio derivante da altre culture. Non vengono tralasciati neanche Ovidio e le sue Metamorfosi, Plutarco, l’Odissea , l’Iliade e Dante. La Taranta nelle sue lettere non dimentica di criticare personaggi che si sono mossi nell’ambito della kermesse di Melpignano, ma fa anche tanti elogi a chi aveva capito sin dall’ inizio il senso vero di quella manifestazione. Chi pensava, avendo in mano il libro, di trovarsi dinanzi ad una favola moderna avrà la piacevole sorpresa, leggendolo, di avere in mano un pezzo di storia ironicamente descritta dall’ autore con la sua solita penna insolente.

Rare rondini a primavera (sempre più gabbiani lontani dal mare) di Vito Antonio Conte

 l’errore
quando è stato
(come tutto il resto)
è passato
impossibile cancellarlo
è andato
tale va considerato
ché tal’è
ormentarsi (oltre modo)
è pura idiozia…
la giusta prospettiva:
ancora vita (comunque) sia

Poesia quella di Vito Antonio Conte carica di senso, o meglio di quel sentimento vitale che non arretra rispetto a niente e nessuno. I versi sono attraversati come un fiume in piena da sorrisi amari, sberleffi, e un impellente quanto mai sopito bilanciamento del ritmo in ogni parola usata, perché se la si deve dire tutta, è inutile biasciare, balbettare o peggio ancora essere fraintesi. Questa piccola raccolta poetica nonostante tutto (e fortunatamente grazie a tutto quello che esprime) e nonostante l’amarcord che la pervade, è un inno singolare alla vita, forse un invito al viaggio per non farsi sfuggire nulla e godere di tutto, per non avere rimpianti, rimorsi e inutili nodi alla gola!

Vito Antonio Conte è nato a San Pietro in Lama e vive a Lecce, siccome gli è toccato e siccome ha scelto. Laureato in giurisprudenza, rispetta il diritto, ma ama giocare di rovescio…

Contro Venere

“Ho acceso Venere/per prima/ogni sera/a fare amore/nei tuoi pruni/di ruggine/ma tu non guardasti mai/così una notte/l’ho uccisa/per te/che delle altezze/hai paura/a vedere/se a terra

l’avresti guardata/anche solo/una volta”

Contro Venere è la teatralizzazione di una parola-grido androgina, senza eguali stilistici, seppur antica nel senso.

La poesia di Alessandra Merico realizza le sorti di un “vendichismo” contemporaneo, così definito dallo stesso Davide Rondoni, curatore della prefazione al testo, che non dimentica di rilevare quanto di attuale possa esistere nel flusso empatico che regola la libera poesia dell’anima e la concretezza degli atti e dei pensieri.

La voce di una Donna, che sa dare fuoco all’oscenità del perbenismo, senza tralasciare il celato moto dei sentimenti più nobili, che emergono dagli abissi squisitamente femminili del non-detto, poiché istintivamente percepito e, talvolta, concepito, come solo una Donna sa  e può fare.

Contro chi giustizia la natura del corpo e delle sue pulsioni, e dalla parte di un inspiegabile ermetismo della dimensione sensoriale, così sospesa –mai indecisa- tra la luce e la sua ombra, ovvero tra il coraggio di emergere e la discrezione di non denudarsi esplicitamente.

Forte, audace, cadenzata, rapsodica, la poesia di Contro Venere non è la scena, bensì il retroscena di un teatro fatto di uomini e donne, che muovono guerra alla vita, per riappacificare l’Amore e la Bellezza.

E.Masulli

 

 

Sono nato cantando… Tra due mari

“Prima la musica o la poesia? Dilemma proverbiale quasi quanto quello dell’uovo e della gallina, e di fronte al quale le menti più sagge dell’antichità si sono rifugiate in miti rassicuranti come quello delle comuni origini o del loro primordiale legame ritmico e sonoro. Un legame indissolubile, in ogni caso, che ritorna puntuale ed accresciuto nelle sue infinite sfaccettature quando si è di fronte ad un personaggio di grandissima levatura quale Franco Simone, il cantautore di Acquarica del Capo che nella musica ha infuso tutta la sua poetica e sensibilità. Le canzoni, è noto, si ascoltano, si cantano, si respirano, vanno via, ma ritornano. Sono sempre con noi e portano i ricordi. Ma rappresentano anche, in alcuni particolari momenti storici, dei documenti straordinari in grado di indicarci il suono del cambiamento, come quello che riguardò i mutamenti sociali, “antropologici”, linguistici e lessicali dell’Italia del secondo dopoguerra. E a ripercorrere in maniera assolutamente originale il percorso e l’incontro di Franco Simone con quel processo, che non riguardava però solo l’Italia, è ora questo eccellente pamphlet scritto dal poeta Carlo Stasi, che con grande maestria è riuscito a mettere insieme vicende personali del cantautore, legate soprattutto alla sua infanzia ed al periodo scolastico ed universitario, alle tante canzoni che si sono ispirate proprio a quei ricordi. La figura che emerge è quella di un artista non solo legata alle canzoni d’amore, che pure hanno una notevole importanza nella sua produzione e ne hanno sancito l’iniziale fama (“Tu…e così sia” e “Respiro” fra tutte), ma anche di un uomo che “racconta esperienze non personali con una grande sensibilità ed una forte immedesimazione emotiva nei drammi della società contemporanea”. Come quello collegato al problema della deforestazione dell’Amazzonia ed alle prevaricazioni subite dalle popolazioni indigene. Una tema, quello dell’ecologismo, sempre attuale e che troverà collocazione nella magnifica “Amazzonia” del 1988. Ed un altro punto sapientemente sottolineato dall’autore è la grande passione, anzi l’amore sconfinato, che l’America Latina serba verso Franco Simone, autentico “divo” in Sudamerica con il merito aggiuntivo di aver lanciato e portato molti talenti salentini, come recentemente accaduto con Michele Cortese. (dalla prefazione di Eraldo Martucci)

Lucania senza Santi

“Prima di cominciare veramente. Siamo Scotellaro e siamo Gaetano Cappelli. Perché questo saggio sulla letteratura d’autrici e autori almeno nati in terra di Basilicata, nella Terra dei boschi (o era dei lupi?), o cresciuti sempre qui, deve iniziare da questa constatazione minima essenziale, quasi dovuta. Ma con la precisazione utile che contenuti, tematiche, ispirazione e creazioni finali abbiam capito esser completamente slegate dal legame con una certa religiosità, soprattutto con le professioni di fede come al contrario si potrebbe invece immaginare. Specie in lande, dobbiamo aggiungere, spuntate e rinate da quel che resta della tradizione del mondo contadino e insomma della “cultura” contadina – in buona sostanza quelle origini buone a dar debito a devozioni sicure per Santi Madonne e Dio. Il Novecento, infatti, ha lasciato alla Lucania d’oggi un fascio di nervi in forma d’inchiostro che parla certo dell’eredità dei dimenticati ai margini delle lettere nazionali, Rocco Scotellaro su tutti appunto, della bellezza moderna e imperdibile e sempre in divenire di Cappelli, come infine di più “giovani” – anagraficamente, certo ancora – penne almeno nate o che un po’ hanno vissuto come ritrovato l’anfratto del Meridione detto Basilicata. Dove però i gusti personali provano a intrecciare necessarie segnalazioni di storia letteraria, ovvero momenti vitali d’autrici e autori che sono l’universo letterario lucano. E con il sostegno di consigli e aiuti che ho cercato da diverse penne amiche – tra l’altro parte del discorso complessivo: ovvio! : ho voluto un dialogo-scambio con lo stesso Gaetano Cappelli. Come con Mariolina Venezia. Poi ho fatto ricorso, approfittando ovvero d’amicizia e fratellanza in temi e interessi, ad altri attenti lettori, tipo Andrea Di Consoli e vedi il meticoloso Giuseppe Lupo. L’ultimo grazie infine ad Angela, soprattutto per l’aiuto sul titolo. Per quanto sarà possibile, partendo dalla narrativa saranno associate, dunque, immagini state e che saranno domani ma a un titubante presente che dice di quel che era e che alla fine vedremo per gli anni almeno prossimi se i nostri strumenti, diciamo, ci sosterranno e se saranno adatti a raggiunger tale scopo. In virtù della nota quanto notoria curiosità di Stefano Donno, quindi, i miei gusti personali più i mezzi a disposizione cercheranno di trovare affinità e far sinergia con l’obbligo della ricerca finalizzata alla divulgazione, in un certo senso, di materiali, anzi materia che dovremmo portarci nel Grande Viaggio mentale e sensoriale insomma sentimentale di certo chiamati normalmente a compiere. La migliore narrativa sarà Raffaele Nigro, Gaetano Cappelli, Giancarlo Tramutoli, Giuseppe Lupo, Andrea Di Consoli, Rocco Brindisi, Mariolina Venezia, Claudia Durastanti, Pasquale Festa Campanile, Mimmo Sammartino, Francesco Sciannarella, Gina Labriola, Tommaso Claps, Francesca Barra. In ordine sparso. La migliore poesia sarà Alfonso Guida, Mario Trufelli, Beppe Salvia, Assunta Finiguerra, Leonardo Sinisgalli, Rocco Scotellaro, Vito Riviello, Franco Cosentino, Roberto Linzalone, Michele Parrella, Giulio Stolfi, Albino Pierro, Giandomenico Giagni, Giovanni Di Lena, Osvaldo Tagliavini, Nicola Sole. “

Appunti per una fenomenologia dello spirito iniziatico

Scrive Enrica Perucchietti nell’introduzione: “Fratellanza, conoscenza, coscienza e iniziazione. Sono queste le parole chiave dell’ultima fatica dell’amico, scrittore ed editore Stefano Donno. Il punto di partenza dell’opera è una breve osservazione della situazione politica attuale che tocca ovviamente punti delicati e controversi: «È veramente possibile che il processo di autodistruzione della nostra civiltà sia veramente irreversibile e non ci sia più nulla da fare?» si chiede l’autore. La risposta, che trovate tra le pagine del libro, è un messaggio di forza e speranza che può fungere da esempio per tutti. Non è il momento di fuggire, di retrocedere di fronte ai mali del mondo, anzi, è proprio in questo momento che ci si deve fare forza e combattere, portando la Luce nel mondo per condividerla con gli altri Fratelli e Sorelle”.

Stefano Donno (1975) si laureato nel 2005 in Filosofia presso l’Università degli Studi di Lecce. Nel febbraio 2013 ha ricevuto una Laurea HC in Juridical Science presso la Moscow University Sancti Nicolai. Ha pubblicato: Sturm and Pulp (Lecce, 1998); Edoardo De Candia, considerazioni inattuali (Lecce, 1999); Se Hank avesse incontrato Anais (Lecce, 1999); Monologo (Copertino, 2001); Sliding Zone (Lecce, 2002); L’Altro Novecento – giovane letteratura salentina dal 1992 al 2004 (San Cesario, 2004); Ieratico Poietico (Nardò, 2008); Dermica per versi (Faloppio, 2009); Mendica Historia (con Sandro Ciurlia, Lecce, 2010); Corpo Mistico (Roma, 2010); Prezzario della rinomata casa del piacere (con Anna Chiriatti, Martignano, 2011); A Sud del Sud dei Santi a cura di Michelangelo Zizzi (Faloppio, 2013), Nerocavo (Copertino, 2014); Breve Commentario alla tavola Smeraldina (Lecce, 2017)